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Luigi Russolo treno in corsaSul treno in mille riflessi
e non sono solo i gesti annebbiati
a tirare gli orizzonti come fossero cortine
di là la fascia di pianure lecca il vetro
di qua le acrobazie dell'illusione
gli sconvolti
che fra gli ingorghi dell'addome
il termometro di ciminiere
infilato, in fumo.

Schiele krumau on the molde (la piccola città)Fasciame sintetico, una terra con la dima
questo per il lungo tratto dell'arcata urbana
case come denti, casa cava
di stucco o sull'ottone
nel modo di scendere il sudore
non sempre le gocce ricordano la pioggia.
A volte i colli alzano le labbra
in cerca un filo d'acqua, d'aria
un niente che già scivola, gatto di nuvola
per poco passa liscio, brulica.

De Hooch "la madre"Sono tornata che avevo spini dappertutto
tanto più sbucciato il passo mi inclinavo.
L'occhio era il luogo del castagno
la sua voglia di penetrare a fondo
acuminando il sintomo.
Ma era già vivissimo e prima del letargo
inumidiva le campagne.
Adesso trapunta di stagione le carni selvaggine
dalla buca del fienile la pupilla, l'interiore, come una bacca di ginepro.
*
Torno e stai ancora mescolando le farine. È evidente
l'affetto confonde le parole, risparmia sull'acume
dà ragione a chi ti vuole 'uguale'.
Non fossi mia madre ti lascerei invecchiare senza caricature o lamentele
nessuna perfezione delle sfere, vedrei la pelle e le sue clessidre
fra gonfiori e rughe, la couperose di sole.

Il tempo, il tempo di una luce collettiva tirata dalla luna a mo' di corda o droga
un disco di luna che tampona di fondo l'ematoma sul bordo della strada.
Dal dolore l'esistenza rovescia la fruttiera, un'onda la foglia della lingua
così aprendo una maniglia i limoni sparsi intorno senza suono.
*
Tocca, tocca, niente di nuovo. Dove covi da solo rimane il caldo sul cuscino
e il segno della testa contro il muro come se avessi appena tolto un quadro.
Per miglior agio passano *nessun dorma* alla radio (*tu pure, o Principessa*)
e quasi con sollievo ti chiedi il motivo, sì, dell'ombra sull'intonaco: una promo?
* romanza dalla Turandot di G.Puccini

Nella città che muore, morta già nelle officine
nelle bardature che decorano i palazzi
i freddi lunghi vivi accatastano le mani
e quanto pizzica il sole a sciami, quanto scompare.
La donna ricorda più macerie che fontane. Se le parli vale
la pena di dividere la sete. Come tutti poi tornare nelle case
dentro golfini di viali sformati di misura.
La memoria che deriva smaglia ancora.

Klee "padiglione di donne"dentro una luce assetata non pone difesa
(incipit scontato, d'attesa. Troppo, già smuore
e pure del tipo:
“si stava bene quando si stava male”).
A parte queste congetture, steso il panno di sole
perfetto, senza pieghe
anche stende le gambe, si fa scaldare.
*
Non per farlo particolarmente mette a posto le mutande
nel cassetto, su le gambe
accosta il gioco del colore alle sartorie.
In breve cuce qualche luogo comune
alla capacità delle robinie di vellicare il seme.
Certo mica un eden e nemmeno con quelle a fiorellini di cotone
torna una ragazza delle medie.
*
Perché piove e dentro l'annuire delle gocce
si immagina un sacco di cenette, nessun piatto da mettere da parte
giunge alla fine.
Le rimane un piccolo tepore
niente sorveglianza di una vita degna del suo nome
solo lo smalto sul mignolo del piede
l'elica colorata di un andare per strade.


Che non si parla con la bocca piena
lo sai da quando la memoria fa parola
trovandoti una lingua madre nella paglia
benvenuto, è troppo presto per andare a nanna
cresciti la storia.
Al momento temporeggi, non ne fai nulla
stai sulla nuvola come in un baccello
e il linguaggio da tenerissimo pisello
ecco sguscia crudo
Allora balbettio, sogno, abbaglio sonoro, filo a filo passeggero
refuso, ricordo, digiuno, seguace del verso
distacco repentino, accento in negativo, direttamente buono
umano agli umani
malgrado i sudori e i resti non più commestibili
(risuonano fondi nella notte di pioggia
e la donnola cerebrale amoreggia uscendo dal bosco
cercando nel fresco l'interruttore di luce)
Sempre la voce, una volta tornata
in allarme per qualche goccia appiccicosa
e sempre che quisquilia. Ancora non si parla?
il vizio della bocca è, sì, che taglia.

Redon la nascita di VenereData, non si è chiusa la notte
che il sangue agita il celeste ancora buio.
Per poco l'orizzonte in equilibrio, una luna lanterna di residuo
già il fiore di nasturzio in cui mi giro scende in strada.
Saltabecca o di finezza la natura, vocativa nell'inguine che dura
nel ricciolo di luce che si bagna al vezzo di collina.
L'ho sentita piena risalendo con un dito dalla terra
in forza dell'orgasmo o della colica.
Larga l'aureola, l'areola lattea, l'asola elastica
estatica rotta. Oh.

Leighton cantando al reverendo“Avviso ai viaggiatori” chi viaggia
fra queste diagonali, in barba ai finestrini
le facce cercano ripari dietro vetri sporchi
i riverberi più onesti chiudono la bocca.
Legge “il corpo apostolico”, poi mostra
il biglietto di prima un segaligno
gesuita, appena edotto, un pretino
tirato giù in fretta e furia dalla croce
e noi per via, per via delle fermate
abbiamo scambi, fatti salvo, senza preavviso.
Qualcosa di sé poi viene inseguito
oltre la curva che in velocità s'invola
come quella della luce quando prova
le carrozze mano a mano con gli scuri
che in galleria tintinnano gli ovili, l'ansito spinge
vanno a lume i lumi.
